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Storie & Personaggi

Una passeggiata al Santuario della Madonna della Foppa


Una gita al santuario della Madonna della Foppa nel comune di Gerosa in Valle Teleggio,



è una passeggiata che si compie volentieri percorrendo un sentiero ben tenuto, arrivando a destinazione al grazioso tempietto in circa 20 minuti; qui giunti ci si sente subito permeati da una serena e calma atmosfera. La costruzione si fa risalire al 1558 anno nel quale apparve la Vergine Maria e poi conclusasi nel 1580.



La bella chiesetta si completa di campanile ed all’interno un bellissimo coro ligneo, all’esterno di un ruscelletto, acqua sgorgata per miracolo con l’apparizione della Vergine. La storia narra che due giovani pastorelle di Gerosa dopo aver osservato il digiuno in onore della visita alla Beata Vergine, sentendosi entrambe assai assetate e non trovando refrigerio, si rivolgessero alla Madonna per potersi dissetare. La Santa Madre allora fece improvvisamente scaturire ai loro piedi una piccola vena d’acqua, chiedendo nel contempo di far sorgere dagli abitanti della zona una chiesa a Lei dedicata e predicendo a testimonianza di questo prodigio, che le due ragazze sarebbero a breve passate a godere del Paradiso. Questo infatti si avverò e fece si che la gente di Gerosa si impegnasse ad erigere una chiesa dedicata al culto della Madonna della Foppa.Tale luogo parve però ai residenti inadeguato per la costruzione di un Santuario e decisero coralmente per un altro. La Madonna però aveva dato precise disposizioni e la storia racconta che durante i lavori, ogni mattina venissero trovati i materiali da costruzione nel preciso punto dell’apparizione che è datata nel mese di luglio dell’anno 1558. Un ulteriore fatto miracoloso si aggiunse a questo nell’anno 1630 durante la peste che colpì la bergamasca. Il 22 agosto di quell’anno la Santa Madre apparve in sogno ad un’altra giovane e le disse: “Chiunque visiti il Santuario avrà ottenuto l’immunità dalla peste”. Fu così che tutti allora venerarono la Madonna alla chiesa della Foppa e non furono colpiti dal morbo. Inoltre la protezione valse pure per il colera che sopraggiunse durante gli anni 1836, 1849 e 1865. Da allora e per sempre, la prima domenica di luglio viene celebrata la Festa dell’Apparizione con Sante Messe e la Processione con la statua della Madonna, che richiama grande partecipazione di fedeli.
Enzo Novesi


Bruno




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SCALATORE PER SEMPRE : di Bruno Tassi " Camòs "


E' il tramonto,
uno di quelli che ti restano nella mente dove tutto quello che ti
circonda si colora di rosa verso sera e diventa quasi magico
nell'aria frizzante.
Ancor pochi attimi e resti immobile lasciandoti inebriare
da quella piacevole e ultima sensazione fatta di profumi,
rumori, di voci lontane, di stanchezza e di tanta soddisfazione.
Guardi in alto quasi con nostalgia e dai l' ultimo sguardo a lei
che fino a un attimo prima ti ha stretto nel suo abbraccio.
Ed il desiderio irresistibile di toccarla ancora una volta
prende il sopravvento e in quel momento ti senti ancora colmo di lei
e il tuo spirito ritorna ad accarezzare ogni piccola fessura,
ogni minuscolo appiglio per sempre.
al di sopra un falco pellegrino stride e stride agitato disegnando
cerchi nel cielo crepuscolare
quasi per volermi ricordare che lui è il padrone incontrastato
di quelle rocce, ed è giunto il momento di riprenderne il possesso.
e con il cuore colmo di gioia e di serenità mi sento in pace
con me stesso e con tutto ciò che mi circonda
e mi avvio verso casa sperando che domani rinasca ancora
un nuovo giorno.

Bruno Tassi "Camòs "



Rino Berlendis



(e.n.) Zogno- Rino Berlendis un alpino dal cuore d'oro, un uomo che ha dedicato propria vita all'altruismo, volontariato ed bambini in terra d'Africa in un centro dove sono ospitati i piccoli orfani segnati dalle guerre interne. "Papà Rino", così è chiamato dai bimbi che sono ospitati nel Centro, di "Santa Maria di Rilima" a settanta chilometri dalla capitale del Ruanda Kigali, un'opera sorta grazie la sua operosità e con la collaborazione della moglie e tanti amici. Rino settantenne pensionato della Manifattura di Zogno, è un uomo semplice, schivo, sempre disponibile e pronto ad operare nel sociale e nel volontariato, un artigiano che sfrutta il suo talento costruendo presepi in ceppi che poi vende per fondi destinare alle opere che segue Africa, abita in frazione di Zogno in una casa ormai diventata un piccolo museo ricco di sculture lignee, di artigianato, scritti ed attestati, nonché di bambini ruandesi che si può dire lui conosce tutti per nome. sue imprese sono ma non ne parla trasporto, quello che ha fatto e continua fare, per lui è semplice routine. La sua opera generosa negli anni con l'assistenza più bisognosi per poi svilupparsi agli anni '60 partecipando al Gruppo di assistenza di Zogno. Qualche anno dopo prendono corpo le prime idee che più tardi realizzano con la sua partenza l'Africa dove è immediato il suo interessamento per la grande necessità di intervenire con opere ed assistenziali. Agli inizi del 1979 Rino con il contributo della CEE, con il ricavato della vendita dei presepi e offerte di amici, la costruzione abitazioni per i laici, un magazzino per il deposito dei medicinali ed un dispensario. però predisporre un programma da sviluppare tre anni di lavoro per poter creare qualcosa di veramente significativo, Berlendis lavorava in quegli anni alla Manifattura di Zogno, chiese un permesso e nel 1980 riparti con destinazione Ruanda. "Mi legai a questa idea, afferma Rino, ed in circa tre anni di lavoro costruimmo con manodopera locale retribuita da noi stessi, un dispensario ristrutturammo la scuola. Nel 1984 mi proposero di la costruzione di un centro piccoli orfani ed handicappati, che venne subito iniziato con la collaborazione e l'aiuto di amici e questo mi fu possibile grazie disponibilità dai mie datori di lavoro mi concessero permessi 30/40 giorni due volte l'anno. Quando finalmente nel 1989 andai in pensione, le associazioni nazionali alle quali appartenevo ed il Ministero degli Affari Esteri, mi affidarono il compito di terminare il centro che fu in grado di ospitare 100 bambini con i relativi alloggi i medici e paramedici, impianti per la raccolta d'acqua, sale operatorie, di radiologia e gessi tettoie i containers ." Seguono negli anni altri interventi, con la costruzione di una cisterna per circa 200 mila litri di acqua, di prima infanzia e di riabilitazione, radiologia. Ultimamente Rino ha compiuto il suo 64° viaggio in Africa dove coadiuvato da amici ha provveduto ad ulteriori interventi di riparazione e costruzione. Rino Berlendis da anni all'Associazione "Augere" onlus, organizzazione a sostegno Santa Maria di Rilima. Questa nobile impresa il protagonista l'aggiorna ad ogni viaggio, portando ,oltre le apparecchiature e l'assistenza, quel sorriso al quale i bimbi ruandesi sono ormai legati da tempo- Rino Belendis, per la sua opera di volontariato e disponibilità, è stato nominato "Alpino dell'anno 2007, premiato a Loano ed anche a Zogno dall'Amministrazione Comunale le molteplici opere altruistiche carattere umanitario e di volontariato. Zogno-Dal 16 dicembre 7 gennaio 2007 Berlendis espone i "suoi" artistici presepi nei ceppi e diversi oggetti di autentico artigianato ruandese dalla vendita dei quali ottiene fondi da destinare necessità del Centro di Santa Maria di Rilima. novesi).


Fra Cecilio Maria, una vita dedita alla carità e dall'altruismo.
 

del linguaggio, tanto da vergare noto come  fra Cecilio Maria , nacque a Nespello frazione di Costa Serina, il 7 novembre 1885, settimo di  9 figli, da Lorenzo Cortinovis e Angela Gherardi, soprannominati "Momoli", famiglia di grande fede cristiana..Cresciuto tra montagne e i contadini, frequentò  la scuola elementare fino alla classe terza, non amava molto la lettura, ma  era ricco di sapienze e possedeva l'amore che egli disse gli proveniva direttamente dal Signore. Nonostante la scarsa cultura sapeva scrivere profondi pensieri con proprietà conoscitiva  del linguaggio, tanto da vergare  riflessioni e lettere  con parole di elevato tono spirituale. Fin da piccolo  amava frequentare la chiesa e tutte le mattine prima  della scuola  la madre,  donna assai devota, lo portava spesso con se piccola nella chiesa del paese ed avvicinandolo al Tabernacolo  lo invitava a parlare con Gesù. Cosa che il piccolo fece, rivolgendosi sempre a Lui come ci si rivolge ad un vero amico. Dopo la Santa Comunione  il 7 aprile 1896 sentì sempre più forte  la voce di Gesù che voleva consacrarlo a Se, una voce  che col trascorrere degli anni  divenne sempre più rafforzata e che determinò la sua vita. Con Gesù si confidava, ritenendolo l'unico suo grande amico, non sentiva la necessità di ulteriori amicizie di coetanei .A 14 anni si iscrisse al terzo Ordine Francescano  ed all'età di 22 anni lasciato il paese,  venne introdotto  nel Convento dei  frati Cappuccini di Bergamo e nel 1908 entrò quale novizio cappuccino a Lovere. Lo stesso anno, il 29 luglio, prese il nome di fra Cecilio Maria, scelse  di essere un fratello laico forse per umiltà o per ispirazione divina. San Francesco fu per lui modello di vita, l'umile frate che visse la vita di Cristo. Nel 1909 con la professione semplice  andò nel Convento di Albino e l'anno successivo venne trasferito a Cremona e quindi a Milano  presso i Cappuccini di Viale Piave. Svolse la sua prima opera come infermiere ed aiutante sacrestano, ma nel 1914 si ammalò di meningite. Le gravi condizioni compromisero seriamente la vita di fra Cecilio, sembrava ormai  prossima la sua fine  ed in una atmosfera di sogno gli parve di essere vicino a Gesù, egli stesso, passato il grave momento, narrò questa strana sensazione. Fu chiamato alla armi  durante la Prima Guerra Mondiale e fu arruolato negli alpini a Tirano, terminato il conflitto divenne  questuante e portinaio  titolare sempre nel Convento di Viale Piave a Milano diventando oltremodo assai popolare fra chi cercava conforto  ed aiuto, dando buoni consigli ed un piatto di minestra ai poveri. Aiutato dalla Divina Provvidenza dal 1921 al 1959 continuò la sua opera a favore dei più bisognosi, dormiva poco, di notte pregava, si alzava prima dell'alba, ma era felice. Durante il secondo evento bellico il Convento di  Viale Piave fu in parte bombardato, i frati trasferiti a Varese, ma fra Cecilio rimase e continuò ad aiutare quanti poteva senza distinzione  di ceto o di politica. Nel 1959 non fu più portinaio, ma si occupò nell'Opera di San Francesco della mensa e di carità, ricevette nel 1969 dal sindaco di Milano una medaglia d'argento per il suo  operato ed anche  la Provincia nel 1973 gli assegnò una medaglia d'oro. Fra Cecilio purtroppo si ammalò gravemente, dolori cardiaci ed affezioni  alle vie respiratorie, fu quindi dispensato dai servizi e trasferito nel 1982 all'infermeria dei frati Cappuccini di Bergamo dove la sua pur forte fibra pian piano si esaurì.  Alle ore  21,15  del 10 aprile del 1984 lasciò la vita terrena, fu tumulato  nel cimitero di Musocco a Milano ed il 31 gennaio 1989, dopo 5 anni, venne concessa  la sua definitiva sepoltura  nella chiesa di  Viale Piave, ove riposa tuttora .


Il Venerabile Tommaso

 
Olera, frazione posta nel comune di Alzano Lombardo in Valle Seriana, antica borgata medievale, è il paese che diede i natali nel 1567 a Tommaso Acerbis, meglio noto come Fra Tommaso da Olera, il “Venerabile Tommaso”. Il titolo gli fu conferito dalla Chiesa il 23 ottobre del 1987. Cresciuto in una povera famiglia, analfabeta per carenza di scuole, da piccolo pastore di pecore all’età di 17 anni entrò nell’Ordine dei Cappuccini Francescani nel Convento di Verona. Qui imparò a leggere e scrivere, anche se non correttamente, ma con grande passione e spiritualità tanto che durante la sua esistenza scrisse testi e trattati che poi furono pubblicati dopo la sua scomparsa. Divenne l’apostolo del vangelo ed all’età di 21 anni, sempre a Verona, ebbe l’incarico di questuante che poi continuò anche a Vicenza ed a Rovereto. Nel suo continuo peregrinare visitò ammalati ed indigenti portando loro conforto e operando inoltre molte conversioni. Pregò molto infliggendosi punizioni, ma fu esempio di conversione per moltissime suore, fu promotore della costruzione del Monastero delle suore Cappuccine di Vicenza e delle suore Clarisse di Rovereto. Divenne guida spirituale e grande amico del dottor Ippolito Guarinoni medico di Corte a Innsbruck in Austria, dove Tommaso visse gran parte del suo apostolato ed anche questuante nonché guida spirituale di un centro educativo per le giovani nobili tirolesi e nobildonne austriache. Ed ancora fu amico e consigliere di famosi personaggi ed illustri nobili della Baviera, un frate laico che amava parlare di Dio e della Madonna, facendo breccia nel cuore di chi lo ascoltava. Furono molte le sue opere di carattere sociale a favore della povera gente, tantoche da Papa Giovanni XXIII venne considerato un vero santo e maestro di spirito. Scrittore mistico, se pur considerato illetterato, fu anche consigliere spirituale di Vescovi, il suo intenso apostolato svoltosi per la maggior parte nel Tirolo austriaco, gli valse il titolo di “Fratello del Tirolo”. La morte lo colpì il 3 maggio 1631, dopo 50 anni di vita religiosa a Innsbruck, dove fu sepolto nella chiesa dei frati Cappuccini. Ancora oggi, per chi si recasse a Innsbruck, è possibile visitare anche la sua piccola cella dove visse santamente. A Bergamo il 23 ottobre del 1987 ottenne dopo il processo informativo del 1967 ed il decreto di Introduzione della causa di beatificazione del 1980, il titolo di Venerabile.                                    
Causa beatificazione Fra Tommaso: Il giorno 3 ottobre 2007 si è concluso il processo diocesano con il quale è stata riconosciuta una presunta guarigione miracolosa da arrogarsi all’intercessione del Venerabile Fra Tommaso da Olera. L’ultima sessione del processo si è svolta presso la Curia di Bergamo alla presenza di tutti i membri del Tribunale Ecclesiastico presieduto dal Vescovo di Bergamo mons. Roberto Amadei e da alcuni parrocchiani di Olera intervenuti con il loro parroco don Antonio Gamba. Dopo circa un anno sono state poste le firme sugli atti ed i sigilli sulle cartelle contenenti i documenti che ora saranno inviati a Roma, alla Congregazione per le cause dei Santi, nella speranza che presto Fra Tommaso possa essere dichiarato beato.


Rota Elio


I sassi del Brembo dalla sue mani prendono forma, si animano, si trasformano in tanti piccoli capolavori che poi spesso vengono esposti in occasione di mostre speciali o a carattere benefico. L’artigiano-artista è Elio Rota un impresario edile di San Giovanni Bianco con la passione per la scultura, coltivata fin da bambino, di pietre rigorosamente raccolte nel fiume Brembo. Pietre, sassi (lui le chiama: corne del Bremp), che raccoglie dal greto del fiume. A volte, quando le dimensioni non ne permettono il trasporto manuale, i sassi vengono lavorati direttamente sul posto e poi collocati. Le più piccole invece le porta nel suo magazzino-laboratorio dove vengono scolpite fino a diventare una vera e propria scultura. Elio Rota ha adottato un metodo singolare di lavorazione che ha inizio con la scelta della pietra, della forma e del colore,quindi procede con lo scalpello e mentre la pietra si trasforma  nasce dalle sue mani il soggetto che solo al termine della lavorazione prende nome.



Prendono corpo così i vari pesci, figure mitologiche, sculture sacre o profane, personaggi dettati dalla fervida fantasia dell’artista. Uno splendido esempio di sculture su un masso sono  le fontane una delle quali si trova nella zona alta di San Giovanni Bianco. Elio Rota 69 anni è un uomo semplice, forte, dal carattere deciso, ma socievole, amante della natura, per lui le pietre non hanno segreti, nel suo giardino non nascono solo fiori, ma anche piccoli capolavori che ben si inseriscono nell’armonia del contesto. A tutt’oggi la sua produzione si aggira attorno ai 160 pezzi,attualmente sta lavorando attorno ad sasso di circa 30 chili che al termine prenderà le sembianze di uno squalo. Le sue opere non sono in vendita, ma sono a disposizione per esposizioni e manifestazioni a carattere filantropico.



Kossi Amekowoyoa Komla-Ebri


È nato in Togo (Tsévié) il 10/01/1954,cittadino italo- togolese, è sposato e padre di due figli. È residente a Ponte Lambro (Co). Giunge in Italia nel 1974 a Bologna dove consegue nel 1982 la laurea in Medicina e Chirurgia poi la specializzazione in Chirurgia Generale presso l’Università di Milano. Vincitore della sezione narrativa del III° concorso letterario Eks&Tra di Rimini nel 1997 con il suo racconto “Quando attraverserò il fiume” (Antologia “Memorie in Valigia” Fara Editore, Santarcangelo di Romagna 1997 – Antologia “Voci Migranti” Lunaria, Roma 2000) ed ottiene il 5° premio nella edizione 1998 con il racconto “Mal di…” (Antologia “Destini sospesi di volti in cammino” Fara Editore Santarcangelo di Romagna 1998). Sono stati segnalati per la pubblicazione i suoi racconti “Sognando una favola” (Antologia “Destini sospesi di volti in cammino” Fara Editore Santarcangelo di Romagna 1998) “Vado a casa” (Antologia “ Parole oltre i confini” Fara Editore, Santarcangelo di Romagna 1997) “Le due scatole di fiammiferi” (Antologia “Anime in viaggio:la nuova mappa dei popoli” AdnKronos Libri.Aprile 2001). Autore di diversi articoli sul giornale di strada “L’Incrocio” e sulla rivista Progetto Africa dell’Opera Don Guanella. Un suo saggio è stato pubblicato sulla rivista Lettere e sulla rivista Caffè (“Differenze” Lettere il mensile dell’Italia che scrive; Anno II N° 7- ottobre 1999 “Caro fratello mio” in Caffè n°9, 1999) e un suo racconto sulla rivista NarraSud ( “ La Manif” sulla rivista NarraSud.-Roma- Distrazioni Editoriali -scritti e percorsi migratori Anno I N° 1- marzo –aprile 2000 e sul sito Sagarana). Due sue opere “ Imbarazzismi” e “Albanese? Non è un passaporto vero, è falso questo” sono state pubblicate nell’Antologia “La lingua strappata.Testimonianze e letteratura migranti”Leoncavallo Libri 1999. Un suo saggio “Anch’io sono l’Italia”, dedicato alla Letteratura Italiana della Migrazione, è stato pubblicato sulla rivista tedesca Die Brücke “Auch ich bin Italien” Di Brücke-Forum für antirassistiche politik und kultur-N°4/XIX. Juli-August 2000.
È coautore con il dott. Aldo Lo Curto del libro AFRIQUE La santé en images (anche in versione inglese) pubblicato con il contributo del Rotary Club Lugano-Lago e distribuito gratuitamente nei villaggi africani per contribuire ad una educazione sanitaria delle popolazioni.
Già presidente fondatore della A.S.A.E (Associazione Solidarietà Africana Erba), che divulga la conoscenza dei valori africani in un ruolo di mediatore culturale, egli è Responsabile della Sede di Erba dell’associazione “les cultures-Onlus” -laboratorio di cultura internazionale- che intende favorire l’affermarsi di una mentalità cosmopolita e diffondere la conoscenza dei popoli, della loro storia e della loro cultura.
Nel giugno 1999, si candida per le elezioni comunali di Erba nella lista civica. “L’Altracittà” e nel 2001 alle elezioni politiche per la camera dei deputati con l’Ulivo. Impegna il suo tempo libero come mediatore interculturale nel mondo della scuola e della sanità.


Giulio Donadoni



Un uomo dalla grande passione per la musica, già musicante nella Premiata Banda di Zogno per 54 anni, ha suonato anche per la “Garibaldina” di Leffe, assai dotato per dare interpretazioni particolari alle campane ed ai vari strumenti artigianali che lui stesso ha costruito. Questo è Giulio Donadoni 77 anni ben portati, un uomo che divide il suo tempo tra due frazioni di Zogno: Romacolo d’inverno e Grimoldo sopra Grumello de Zanchi, in primavera/estate, dove in questa stagione aiuta un nipote nei lavori agricoli e si diletta a suonare oltre dare insegnamento ai giovani sull’arte campanaria. Giulio ha costruito oltre una decina di”strumenti musicali” con pietre, barattoli di latta, vetri, bottiglie e tubi di ferro e nel tempo libero si diletta ancora con questi attrezzi che porta anche in giro in occasione di feste e sagre paesane. Negli anni in cui furoreggiava la trasmissione televisiva Portobello, è stato ospite di Enzo Tortora per l’originalità degli strumenti e delle sue interpretazioni, io l’ho conosciuto circa 8 anni fa, mi ha colpito la sua originalità è l’ho portato anche alla trasmissione “Incontri” di Francesca Manenti per BergamoTV. Giulio non ha bisogno di notorietà in quanto è una persona schiva, ma si presta volentieri per vivacizzare momenti particolari ed insegnare ai giovani che lo desiderano, l’arte campanaria.




Un’arte che lui ha appreso da suo padre quando era ancora un bambino e che ha sempre amato suonando nei vari campanili della Valle Brembana e Seriana e dando i primi rudimenti anche agli allievi della Scuola Campanaria di Roncobello.Tra i suoi pezzi particolari, uno costruito circa 50 anni or sono con barattoli di latta, che ancora viene utilizzato in particolari occasioni. Giulio proviene da una famiglia di agricoltori ed è uno degli undici fratelli della famiglia Donadoni, quasi tutti dediti alla musica; da menzionare il fratello Francesco che è stato direttore del Corpo Musicale di Zogno per oltre 40 anni. Una vita serena quella di Giulio Donadoni che trascorre giorno dopo giorno tra i suoi ricordi ed i suoi “strumenti” che ancora gli danno soddisfazione e gli fanno tanta compagnia.




Tito Oprandi, “ol Tito”


Il suonatore di fisarmonica, il compositore di getto di tante canzoni popolari, chèl dé “Mé Lû e Chél’oter”, delle “Voci Brembane”, l ‘animatore di razza che in tante feste e sfilate folcloristiche coinvolgeva con genuina vitalità e passione persone di ogni rango. Lui giramondo, colpito da un grave male, ci ha lasciati il 25 settembre 2000.
Nei mesi di malattia, prima, ma soprattutto durante il ricovero, si vede inattivo... È pensieroso, ma nello stesso tempo sereno, di quella serenità meditativa, che gli ispira le ultime composizioni in rima, musicate in questo lavoro dal nipote Michelangelo (Miky).
Mé sorèla - È un inno alla famiglia d’origine, un brano che testimonia l’attaccamento di Tito ai suoi fratelli, per i quali nutre affetto e stima. In particolare, la canzone celebra le virtù dell’unica sorella, apprezzata per la precisione, la calma, la pazienza, le qualità di brava casalinga e il buon gusto musicale. Inoltre, Rosanna Oprandi é “regista” di piccole produzioni video sulle feste e manifestazioni locali, che con il marito Berto ama documentare.
Per fà contét tò mama - È stata scritta nel giorno della festa della mamma per “far contenta” la figlia Micaela, mamma di Simone, il nipotino di sei mesi vero ispiratore di questo motivo. Il piccolo viene rappresentato nel quotidiano, ne cogliamo la vivacità, la voracità. Nel brano traspare, soprattutto, la tenerezza e la gioia che Simone regala ai genitori e al nonno, stregato dal nuovo arrivato definito “grazia grande”.
Ol diretùr del Giopì - Ammalato ma ancora in forze, Tito si trova a Bergamo, con alcune sue poesie. Intende far visita al Signor Francia (Carmelo), direttore del quindicinale “Giopì”, che ha sede nel “palazzo ducale” di piazza Pontida. Desidera farsi consigliare sulla metrica, gli accenti, vuol sentire il parere di un poeta di cui ha profonda stima. Tito verrà accolto con piena disponibilità.
A l’ospedàl de S. Gioàn Biànch - L’autore immagina la sorpresa della gente alla notizia del suo ricovero in ospedale. Scherza sulle strampalate e impietose diagnosi dei suoi compaesani, sulle ipotesi che questi ultimi formulano per spiegare l’origine dei suoi disturbi. E’ lui stesso poi che li descrive dettagliatamente, meravigliandosi di avere, nonostante tutto, appetito e una buona digestione. Arrivato a 60 anni in buona salute, ora riconosce, ahimè, troppo tardi, di avere rifiutato consigli su controlli sanitari periodici; si affida perciò al personale medico ringraziandolo anzitempo.
Ol Tito ‘n croce rossa - Racconta il viaggio in croce rossa dall’ospedale di S. Giovanni Bianco a quello di Bergamo per analisi approfondite. Il trasferimento momentaneo viene narrato come una gita in Croce Rossa... per stemperare, grazie al tono scherzoso, la drammaticità della situazione.
Ol Giornàl per passatép- Narra del nostro Tito che si aggira debole per l’ospedale in cui è ricoverato in cerca del giornale per ingannare il tempo. E’ felice quando gli offrono “l’Eco di Bergamo”, da anni il quotidiano dei bergamaschi. Sfogliando le pagine si confronta con le notizie nazionali come la protesta degli agricoltori per le quote latte, (di attualità in quel periodo), e i vari articoli della provincia, riuscendo così a distrarsi un po'.
Ol prét de l’ospedàl – Fa riferimento alla quotidiana visita del sacerdote col viatico ai malati in ospedale. Per un Tito credente, è l’occasione per un sincero esame di coscienza e una toccante riflessione sulle sue debolezze e sulla fragilità umana. Il brano è una testimonianza di profondo rispetto verso il sacerdote, zelante nell’adempiere al suo mandato. Alla vista del Crocefisso in camera il pensiero si eleva alle sofferenze del Redentore e a quelle unisce le proprie.
Che pèss d’avrìl - È uno sfogo, una sorta di testamento di Tito che si sente debole, non riesce a ordinare le sue idee, lui poeta con il foglio bianco tra le dita. La diagnosi medica e le attenzioni a lui rivolte dal sacerdote gli fanno prendere coscienza della fine imminente. Con grande coraggio ammette di avere un tumore e di volere mettersi in pace con Dio. Lui giramondo, sempre in mezzo alla gente, sui palchi con la sua fisarmonica, ora è stanco e deve fermarsi. Dopo lo sfogo gli pare di stare meglio.
Û cör che me brama – Racconta i pensieri segreti dell’ammalato che osserva dal letto la compagna che gli sta accanto con tanto affetto. Ne coglie le preoccupazioni e la sofferenza per quello che il medico le ha rivelato, dichiarandole che ora, più che mai, è lei la sua ragione di vita, il suo sostegno fisico e morale.
Pensér d’ û giramónd - È l’ultima poesia di Tito. Non riuscendo più a scrivere, la detta alla moglie del Duca di piazza Pontida che si trova al suo capezzale.Tito, da sempre affascinato dalla montagna, usa immagini struggenti quando fantastica di vagare in libertà tra gli scenari più amati in compagnia della sua inseparabile fisarmonica. Ora, sopraffatto dai dolori fisici, consolato da una mano amica, accetta la sua condizione e ci stupisce ancora una volta dichiarando di pensare a chi sta più male di lui.
Morirà dopo pochi giorni lasciando questi scritti per pochi intimi e per i parenti stretti: poesie semplici ma sincere, che raccontano gli ultimi mesi di vita di un grande menestrello della canzone bergamasca……Grazie Tito
Romano Oprandi e Luciano Ravasio




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